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Non chiamateli bambini BES!

Non chiamateli bambini BES!

"Lo sai? Io sono uno di quei bambini, sono un bambino BES". 

Immagina la mia faccia quando un bambino di 8 anni si è presentato in questo modo. Prima ancora di dirmi il suo nome, ha vuotato il sacco dicendomi che lui era un BES. Da pedagogista, in quel momento, ho capito che prima di lavorare sul potenziamento delle abilità c'era bisogno di strutturare attività educative per renderlo consapevole delle sue potenzialità.

E' arrivato il momento di approfondire un nodo cruciale: parliamo di bisogni educativi speciali e vera inclusione.

Ci si aspetta che la scuola sia capace di superare queste etichette, senza il bisogno di andare a classificare il bambino come un "BES". L'insegnante nella sua pratica didattica quotidiana può riconoscere e valorizzare ogni alunno, individuando le strategie giuste per sviluppare l'apprendimento, informando e coinvolgendo in modo costante la famiglia, senza la necessità di ricorrere a documenti che dimostrino eventuali problematicità. Ed è così che si realizza la vera inclusione! Non sono io a dirlo ma il MIUR stesso, con una chiarissima circolare emanata il 17 Maggio 2018:

" [...] a ciascuno sia data la possibilità di vedersi riconosciuto nei propri bisogni educativi normali " Circolare MIUR 1143/2018

Ogni bambino ha il diritto di essere istruito ed educato, la persona con la sua personalità devono sbocciare nel rispetto dei tempi individuali e non morire all'ombra di un'etichetta. Il BES è un bisogno che deve indurre un'attenzione adeguata e speciale, il BES non coincide con il bambino e non può o deve oscurare la sua dignità di persona. Siamo noi, insegnanti ed educatori, a creare le condizioni affinché il bambino possa veder soddisfatti i suoi bisogni educativi, immerso in un ambiente dove la sua unicità viene vissuta come opportunità. Questa sì che è inclusione!

La definizione stessa del termine BES porta con sé un interrogativo pedagogico: è giusto definire un bisogno “speciale”? Determinando inevitabilmente un distacco tra necessità educative di tipo speciale e di tipo normale. Se l’obiettivo primario è quello di potenziare la cultura dell’inclusione forse vale la pena analizzare i termini con i quali si etichettano bambini o ragazzi in difficoltà: se vogliamo guardare alla persona, non esistono bisogni educativi speciali o meno speciali bensì specifici, individuali e personali, basati sul proprio funzionamento globale.

L’utilizzo del termine “speciale” non va di certo denunciato, perché figlio di innovazioni che finalmente concepiscono la persona globalmente, nella sue interezza. Però per evitare di concepire il bisogno speciale come necessità educativa di un soggetto anomalo e diverso, è necessario leggere tale espressione terminologica nell’ottica della disciplina che se ne occupa: la pedagogia speciale.

Infatti l’aggettivo “speciale” letto in chiave pedagogica, può diventare sinonimo di “diverso” nella suo significato positivo, non determinando dunque l’inferiorità o l’anormalità della persona con bisogni speciali, bensì mettendo in risalto la diversità che costituisce ogni individuo come persona, la diversità come irripetibilità, caratteristica del soggetto unico con le sue proprie capacità che necessita di interventi educativi tarati sui bisogni educativi specifici e personali.

Non chiamateli BES, chiamateli con il loro bellissimo nome.

Vittoria Mariniello
Vittoria Mariniello Pedagogista specializzata in BES

Sono una pedagogista, mi occupo di bisogni educativi e apprendimenti. Aiuto bambini e bambine a sviluppare il loro potenziale umano e apprenditivo tramite interventi pedagogici.